COSA VISITARE

Cosa Visitare a Pescantina - Villa Quaranta

MONUMENTI STORICI

CHIESA DI SANTA LUCIA

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La piccola chiesa di Santa Lucia si trova all’interno della frazione omonima.Dedicata alla Vergine di Siracusa, è orientata da est e ad ovest ad una sola navata, con facciata a capanna.

I muri, costruiti con grossi ciottoli, sono per la maggior parte intonacati e sul lato est rimangono i segni di una meridiana.

All’interno vi è un unico altare in marmo, probabilmente del 1600, sopra al quale si trova la statuetta in legno di Santa Lucia.

La Chiesa viene ricordata già nel 1184 quando, come tutto il territorio di Santa Lucia, si trovava sotto la giurisdizione del Vescovo di Verona.

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Ora la chiesa non è più utilizzata per le funzioni religiose, data l’esistenza di una chiesa nuova all’interno dell’abitato. È ora in via di attuazione un progetto di restauro che restituirebbe al semplice edificio il suo antico aspetto.

Recentemente portati alla luce, alle pareti vi sono degli affreschi tardo medievali: otto santi (fra cui forse anche Santa Lucia), due immagini della Madonna con il Bambino, una Crocefissione e un San Cristoforo, raffigurato con un bimbo sulla spalla.

Diviene centro regolare di culto nella seconda metà del 1500 e fino al 1867 rimane sotto l’autorità vescovile. Ai primi del ‘900, mancando un edificio più opportuno, viene anche usata come scuola.

Nella parete posteriore della Chiesa si erge il piccolo campanile a vela, che possedeva una sola campana e sul quale funzionava un orologio. La tradizione racconta che Napoleone, dai colli di Piovezzano, durante la battaglia di Rivoli vi leggesse le ore con il binocolo. Fino al 1880 veniva usato il cimitero a fianco della Chiesetta.

VILLA QUARANTA

Attuale sede di un rinomato hotel e di un ristorante, Villa Quaranta fu costruita nel Seicento, restaurata nel Settecento e nel primo Novecento. Il corpo principale della villa si affaccia su un ampio giardino all’italiana, mentre gli edifici rustici e i porticati retrostanti un tempo abitazione per i lavoranti circondano un cortile quadrato in cui si trova ancora un pozzo, in origine adibito a cisterna per la raccolta dell’acqua piovana.

La facciata principale della villa è scandita da una loggia centrale a tre archi e da finestre con cornici modanate di primo stile barocco. Gli interni presentano pareti e soffitti riccamente decorati da affreschi, alcuni di essi attribuiti a Paolo Ligozzi.

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Fa parte della villa anche la chiesetta, probabilmente di origine romanica, dedicata alla Purificazione di Maria, (già Santa Maria dell’Ospedale di Mezzacampagna), con campanile quadrato e bifore, sul quale si trova ancora una delle due meridiane presenti in origine.

Sotto il dominio veneto, ogni due febbraio, festa della Purificazione di Maria, il Vicario della Valpolicella si recava in questa chiesa per celebrarvi un rito solenne, durante il quale i fedeli potevano pregare davanti a una reliquia del velo della Beata Vergine.

All’interno della chiesa si conservano alcuni cicli di affreschi di un certo pregio, attribuiti a Paolo Ligozzi, raffiguranti l’Annunciazione di Maria e le scene della Passione e della Crocifissione di Cristo. Di grande effetto la scena che raffi- gura il Tribunale di Ponzio Pilato, ricca di cartigli tanto da sembra- re un enorme fumetto. La pala d’altare, che rappresenta la Presentazione di Gesù Bambino al tempio, è attribuita a Paolo Moro.

PESCANTINA e L'ADIGE

La storia di Pescantina e del suo sviluppo è legata intimamente al fiume Adige. Fin dall’inizio della sua storia, il paese scoprì nel fiume una fonte di lavoro e di ricchezza, sviluppando ed incrementando molteplici attività legate all’acqua e al suo utilizzo: dalle attività domestiche più semplici alla pesca, primaria fonte alimentare per la popolazione; dalle attività agricole, con l’uso dell’acqua nell’irrigazione degli orti e dei campi a quelle artigianali e commerciali, con l’utilizzo dell’intensità della corrente per i mulini e per la navigazione.

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CA' DEL COMUN

Nel piazzale della Chiesa di San Rocco, di fronte alla Chiesa stessa, si trova la Ca’ del Comun che fino al 1880 circa, fu la sede del Municipio di Pescantina: Ca’ del Comun starebbe infatti per “casa del comune”.

L’edificio è molto probabilmente di origini tardomedievali, con rimaneggiamenti successivi, anche recenti. Nel 1874, quando l’edificio era ancora sede del Comune, un incendio ne danneggiò la struttura, distruggendo quasi completamente l’archivio municipale.

Sul fianco rivolto a nord, sono segnati, incisi nella pietra, i livelli raggiunti dall’Adige durante le piene più rilevanti: la più antica ed anche la più elevata rispetto al manto stradale è datata 1567.

Sulla facciata fu posto, dopo la I guerra mondiale, il Monumento ai Caduti, opera dello scultore locale Giovanni Giacopini.

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L'ADIGE, VIA D'ACQUA

L'Adige permetteva e facilitava gli scambi commerciali anche fra luoghi molto lontani, dal centro Europa all’Adriatico, e Pescantina seppe sfruttare la sua posizione, favorendo lo sviluppo dell’attività di navigazione.

Le rive vennero sistemate, vennero costruiti i porti per facilitare l’attracco delle barche e le operazioni di carico e scarico, ed inoltre venne assestato il greto del fiume per regolare il flusso dell’acqua.

Si svilupparono i cantieri per la costruzione di barche adatte alla navigazione sul fiume: imbarcazioni particolari, di piccole dimensioni, con la chiglia quasi piatta, conosciute in tutto il bacino dell’Adige e dell’alto Adriatico. La loro tipica struttura, a basso pescaggio, le rendeva ricercate per la navigazione in acque poco profonde: nei fiumi, nei delta e nella laguna. La più in uso era il “burchio”, costruita in legno di larice, rovere ed abete, misurava fino a 30-35 metri ed aveva una capacità di carico tra i 180 e i 2000 quintali.

Un altro tipo di imbarcazione utilizzata era la cosiddetta “barca di Pescantina”, chiamata anche “panciana” per la sua forma allargata. Questo tipo di battello era utilizzato soprattutto per il tra- sporto delle pietre da calce dalla cava di Ceraino fino alla fornace di Pescantina e più spesso a quella di La Sorte al Chievo.

La fornace Righetti a Pescantina iniziò a funzionare nel 1896 e andò a sostituire le numerose fornaci rudimentali, che fino ad allora avevano cotto mattoni e tegole per le costruzioni edilizie dell’intera zona. Cessò di funzionare nel 1934.

I due cantieri di Pescantina, nelle vicinanze di Piazza San Rocco, occupavano nell’insieme quasi una trentina di operai fra legnaioli, carpentieri e calafati, i quali lavoravano i tronchi provenienti dal Trentino per ottenere le tavole adatte alla costruzione delle imbarcazioni. Nel 1920, a causa dei lavori di ampliamento della piazza, il cantiere della Ditta Cobelli si trasferì a monte del ponte, dove continuò la sua atti- vità fino al 1949. Il cantiere Pontara proseguì invece la sua attività fino al 1925. Le barche percorrevano il tratto da Pescantina a Venezia in circa tre giorni. In senso inverso invece, dovendo risalire la corrente, il tempo impiegato era di 8-15 giorni.

Le imbarcazioni in questo caso venivano trainate da coppie di cavalli o buoi, che risalivano il corso dell’Adige sulla strada Alzaia, detta anche “del tiraglio” o ancora “cavalara”. Tale strada si trovava sulla sinistra del fiume, era larga circa due metri ed elevata fino all’altezza della linea di guardia. Ogni quindici chilometri circa si trovavano le “restare” o stazioni, dove i conducenti delle imbarcazioni potevano sostituire gli anima- li affaticati e trovare alloggio.

CHIESA SAN ROCCO

La chiesa di San Rocco, in piazza nel centro di Pescantina, risale probabilmente al XIII-XIV secolo. Fu sede della “Confraternita dei Neri” dal 1637, preceduta già dalla “Società Laica dei Disciplinati di San Rocco” nel XV secolo.

Di proporzioni modeste, non possiede particolari elementi artistici se non una porta quattrocentesca e i pulvini delle bifore del campanile, molto antichi.

L’interno dell’edificio, in passato, fu spesso allagato dagli straripamenti dell’Adige. Sul portale di accesso si possono ancora notare alcuni solchi longitudinali per la posa di paratoie, come difesa dalle piene del fiume.

Una recente ristrutturazione ha riportato alla luce, nell’abside, le fondamenta medievali di una primitiva cappella ed ha eliminato le due colonne che sostenevano il locale per le riunioni. Vi è un unico altare in marmo, con nicchia per la statua in legno di San Rocco, separato dal resto della Chiesetta da una piccola balaustra in marmo.

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I MULINI: L’ADIGE FORZA MOTRICE

La forza della corrente veniva sfruttata anche per far muovere le ruote che azionavano le macine dei mulini e che sollevavano l’acqua per la campagna.

Nei pressi di Piazza San Rocco vi erano quattro mulini: tre galleggianti e uno terragno. I mulini galleggianti, ormeggiati alla riva con corde e catene, potevano essere trasferiti nel punto in cui la corrente aveva maggior intensità. Strette passerelle permettevano il passaggio da terra dei mugnai e una struttura in legno proeggeva gli ingranaggi anch’essi in legno. I cereali macinati erano frumento e in quantitativo minore granoturco.

Il mulino della famiglia Ugolini, più vicino a piazza san Rocco, era strutturato su due piani e macinava un grosso quantitativo di farina giornaliero (durante la I guerra mondiale anche 80 quintali). Esso venne smantellato nel 1929.

L’altro mulino, più a monte, della famiglia Simeoni e poi dei Bonsaver era strutturato su di un piano e terminò la sua attività cinque anni dopo.

Nel territorio tra Pescantina e Settimo esistevano una mezza dozzina di altri impianti per la molitura dei cereali.

Gli impianti di irrigazione invece si diffusero fin dal 1600 per ovviare a lunghi periodi di siccità. Enormi ruote di legno sollevavano l’acqua del fiume, che per scorrimento raggiunge- va le campagne coltivate a prato e frutteto. Gli impianti, prima rudimentali, si fecero via via sempre più efficienti, tanto da richiedere l’opera di falegnami specializzati per la costruzione e la manutenzione.

All’inizio del ’900 si contavano 18 ruote idrovore tra Santa Lucia e Settimo, scomparse verso gli anni ‘50. Ora rimangono alcuni dei pilastri, fatti di legno ma più spesso in muratura, che sostenevano i canali sopraelevati.

VILLA BERTOLDI

Composto di edificio padronale, rustici e cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova, il complesso di Villa Bertoldi fu costruito nel corso del XVII secolo.

La villa si distingue negli interni per alcuni particolari di pregio: quattro dipinti di Andrea Porta a soggetto paesaggistico, uno scalone in tufo e un camino con stipiti scolpiti a busto di fauno.

Di notevole interesse, la biblioteca Bertoldi conserva volumi rari del Seicento e del Settecento, tra cui una preziosa Bibbia in 36 tomi del 1781.

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Nel granaio si trova una singolare iscrizione autografa, di autore sconosciuto, che così recita: “1853 anno di miseria per la povera gente perchè la polenta vale lire Austriache 36 il Saco e il Vin alla Bote Napoleoni Doro N.40 quel Bon. Dunque come si può far a vivere ditemelo Voi”.

La cappella fu pavimentata e decorata nel 1832, come testimonia una lapide posta al suo interno. Di fronte ad essa, su uno spiazzo semicircolare, si trova un’edicola con la statua dell’Addolorata.

Sul lato della proprietà che confina con la strada principale di Settimo sono stati scoperti i resti di murature di epoca romana. Rimangono inoltre alcune tracce dell’impianto idrovoro con cui era irrigato il brolo fino ad una cinquantina di anni fa.

Attualmente Villa Bertoldi è sede di un’associazione culturale ed ospita concerti ed eventi di interesse artistico.

Nel ‘500 Pescantina era divenuta il maggior centro commerciale sull’Adige. Le imbarcazioni salivano verso il Trentino con olio, limoni, cotone, prodotti coloniali ed altro; scendevano portando dal Tirolo e dalla Germania legname e tessuti.

Parte del legname veniva scaricato a Pescantina per essere utilizzato nella costruzione dei burchi e delle altre barche da fiume, il resto proseguiva il suo viaggio fino all’Adriatico.

Il traffico commerciale veniva regolato dalle corporazioni naviganti, che disciplinavano gli orari di trasporto, le misure dei carichi ed i compensi ai marinai.

Nella seconda metà del ‘500 erano le corporazioni di Verona a monopolizzare i trasporti sull’Adige. In seguito, favorito dalle controversie sorte fra le corporazioni cittadine, il commercio fluviale pescantinese ebbe un notevole sviluppo, tanto che nel 1621 anche a Pescantina si costituì una corporazione locale di burchieri

L’aumento dei traffici mercantili portò notevole ricchezza a Pescantina che divenne il cardine del commercio tra il Tirolo e Venezia.

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Fu verso la fine del ‘600 che, a causa dell’aumento dei dazi doganali del Trentino e l’inasprimento dei contrasti con le vicine corporazioni naviganti, il trasporto fluviale divenne più difficile e costoso e l’economia pescantinese cominciò ad incrinarsi.

Altri eventi causarono nei secoli successivi il declino del commercio atesino: le riforme dovute alla Rivoluzione francese, alla fine del ‘700, che portarono allo scioglimento delle corporazioni, e successivamente, durante la dominazione asburgica, la costruzione della ferrovia nel tratto Verona-Trento, che ridusse ulteriormente i traffici mercantili via acqua. Pescantina patì allora un periodo di miseria, in cui le attività sul fiume si ridussero al trasporto di legna da ardere e materiale per le fornaci. Anche le residue e proficue occupazioni legate al fiume andarono lentamente cessando, con la costruzione del Canale d’Irrigazione di Sinistra d’Adige e con le derivazioni attuate dalla società idroelettrica S.I.M.A.

L’edificio, che si trova nel centro di Pescantina, ha dimensioni notevoli (25 x 14 metri), è alto 12 metri ed ha una struttura massiccia con muri molto spessi. Risale probabilmente alla prima metà del XVIII secolo, ma non si conosce precisamente la sua destina- zione originaria d’uso. È circondato da altri edifici che lo racchiudono “a corte” e, insieme agli appezzamenti di terra contigui, appartenne quasi certamente fino alla fine del Settecento alla famiglia Butturini di Pescantina, proprie- tari di burchi e commercianti.

L’edificio di nobile fattura, è stato recentemente ristrutturato, ha un’elegante facciata che sporge leggermente dal corpo di fabbrica, divisa in tre sezioni. Al pian terreno vi è un porticato ad archi a tutto sesto, pavimentato a ciottoli di fiume, sormontato da tre finestre ad arco con balaustra in pietra e al secondo piano finestre riquadrate da cornici rettilinee. Sul fianco ad est vi è una bifora in tufo.

Palazzon subisce già nell’Ottocento una rapida decadenza, quando viene diviso e dato in affitto sia al pianterreno che ai piani superiori. All’interno, in alcune sale e sullo scalone in tufo, vi sono ancora resti di decorazioni a stucco di origine settecentesca, alcuni camini, porte a volto e un terrazzo interno, composto da un’unica lastra di pietra. Sulla facciata rimangono i segni di una Pietà, di delicata fattura, dipinta a metà del Novecento da Natalino Corda, allora fanciullo. L’affresco sarà a breve restaurato.

DUOMO DI SAN LORENZO

Fu nella prima metà del Settecento, in concomitanza con il fiorire dei traffici commerciali lungo il fiume Adige, che la Vecchia Pieve di Pescantina cominciò a dimostrarsi troppo piccola per accogliere tutti i fedeli durante le funzioni religiose.

In principio si propose di ampliare la Chiesa Vecchia ma in seguito si optò per la costruzione di un nuovo edificio, a metà strada fra Arcè e Pescantina, affiancandolo alla Chiesa già esistente, che venne così mutilata nella struttura.

Ancora non è possibile far luce con chiarezza sull’autore di questo imponente progetto; diversi autori (Sormani Moretti, 1904 e L. Simeoni, 1909) lo attribuiscono a Luigi Trezza, non considerando che la costruzione dell’edificio, come attesta una lapide al suo interno, prese il via a partire dal 1753, anno di nascita del Trezza stesso. Si sa poi che un disegno di tempio a pianta circolare, proposto da Adriano Cristofoli, venne bocciato. Gli archivi parrocchiali ci parlano infine di un disegno dell’architetto Alessandro Pompei, che venne scelto ed approvato dal Comitato preposto. Probabilmente il progetto venne poi portato a termine da Daniele Peracca, architetto e scultore attivo a Verona in quegli anni.

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Indubbiamente sue sono le cinque statue dei santi, i due angeli e i due vasi che vennero posti ad adornare la facciata del maestoso tempio e se consideriamo che molti concordano nel ritenere la chiesa lontana dai canoni rigorosi dell’architettura pompeiana, si può affermare che probabilmente il Peracca abbia apportato il suo intervento non solo alla facciata ma anche a tutta la struttura architettonica. A sostegno di ciò vi sarebbe un documento notarile del 1755 che citerebbe il Peracca come progettista della Nuova Chiesa di Pescantina. San Lorenzo venne finalmente aperta al culto nel 1767 quando ancora non era stata terminata, e consacrata nel 1774.

La nuova Chiesa sorse maestosa a fianco dell’Adige, con la facciata ad esso rivolta e quindi con orientamento da nord a sud. Imponente nelle dimensioni, (è lunga 68 metri, larga 20 ed alta 35), ha forme neoclassiche, con elementi barocchi, i muri spessissimi, l’arco della volta esteso e cupola elegante. La facciata si eleva sopra uno spiazzo lastricato ed è a due piani: quello inferiore con lesene a capitelli ionici, e il superiore con lesene a capitelli corinzi. Al centro di questa parte della facciata, all’interno di un arco, spicca un ampio finestrone sormontato da un rosone rosso. Sulla cuspide del timpano sta una grande croce di ferro mentre ai suoi lati stanno due vasi ornamenta- li e due statue di santi (San Pietro e San Paolo). Più in basso vi sono altre due statue di santi: San Giovanni Battista e San Sebastiano. Il portale è di ordine composito e reca nell’architrave spezzato la statua di San Lorenzo Martire, patrono della Chiesa, con due angeli. L’interno è ad una sola navata con sei cappelle laterali; alle pareti si innalzano colonne con capitelli compositi sopra alle quali sporge un cornicione con decorazione a dentelli. Il presbiterio si eleva su quattro gradini ed è separato dal resto della navata da una balaustra in marmo. L’altare maggiore è rivestito di marmi policromi, fatti arrivare da Venezia lungo l’Adige. Sul fondo dell’abside troneggia, fiancheggiata da colonne di marmo, la grande pala (metri 6,11x3,08), con il martirio di San Lorenzo opera di Francesco Lorenzi di Mazzurega (1723-1787). Sopra alla pala spicca un grande affresco semicircolare, rappresentante la glorificazione di San Lorenzo di Gianbattista Cossali. La cupola è decorata da un altro affresco rappresentante lo Spirito Santo in forma di colomba, circondata da angeli.

All’interno delle cappelle laterali vi sono altri sei altari marmorei di epoche diverse. Uno degli altari reca la statua in legno di San Nicolò da Bari, proveniente dall’antica Pieve, compatrono e protettore un tempo della corporazione dei burchieri. Adornano le pareti della Chiesa, ridipinte in tinte bianco e avorio nel 1943, ventitrè quadri ad olio, del ‘700 attribuibili ai seguenti autori: P. Rotari, F. Polassi, G.B. Pittoni, P. Piatti ed autori della scuola del Cignaroli. Il campanile, alto 73 metri, si innalza sulla sinistra della chiesa all’altezza dell’abside. Fu costruito fra il 1820 e il 1840 su disegno dell’architetto Giuseppe Barbieri. Ha base quadrata a due piani, sulla quale si innalza una parte mediana, a sezione ottagonale che termina in una terrazza con balaustra a guglie. Da qui si eleva l’ultima parte, cilindrica con cupolino sormontato da una grande croce. Nella parte mediana del campanile, si trovano otto capitelli fioriti, due dei quali presentano una piccola testa scolpita nel centro. Secondo la tradizione, vorrebbero ricordare gli operai caduti durante la costruzione del campanile ed insieme alla testina scolpita in uno dei capitelli della facciata della chiesa, vengono familiarmente chiamate “la testa che pensa, la testa che piange, la testa che ride”. Nel locale al piano inferiore, in una nicchia a livello del pavimento, si trova il coperchio di un sarcofago della tarda età romana (IV secolo), di fattura alquanto particolare. È alto 90 cm e lungo quasi due metri. Porta scolpite nel timpano un cacciatore a cavallo, un piccolo quadrupede, un uccello e due piantine. Alle estremità degli spioventi si trovano invece due leoni sdraiati

PALAZZON

L’edificio, che si trova nel centro di Pescantina, ha dimensioni notevoli (25 x 14 metri), è alto 12 metri ed ha una struttura massiccia con muri molto spessi. Risale probabilmente alla prima metà del XVIII secolo, ma non si conosce precisamente la sua destinazione originaria d’uso. È circondato da altri edifici che lo racchiudono “a corte” e, insieme agli appezzamenti di terra contigui, appartenne quasi certamente fino alla fine del Settecento alla famiglia Butturini di Pescantina, proprietari di burchi e commercianti.

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L’edificio di nobile fattura, è stato recentemente ristrutturato, ha un’elegante facciata che sporge leggermente dal corpo di fabbrica, divisa in tre sezioni. Al pian terreno vi è un porticato ad archi a tutto sesto, pavimentato a ciottoli di fiume, sormontato da tre finestre ad arco con balaustra in pietra e al secondo piano finestre riquadrate da cornici rettilinee. Sul fianco ad est vi è una bifora in tufo.

Palazzon subisce già nell’Ottocento una rapida decadenza, quando viene diviso e dato in affitto sia al pianterreno che ai piani superiori. All’interno, in alcune sale e sullo scalone in tufo, vi sono ancora resti di decorazioni a stucco di origine settecentesca, alcuni camini, porte a volto e un terrazzo interno, composto da un’unica lastra di pietra. Sulla facciata rimangono i segni di una Pietà, di delicata fattura, dipinta a metà del Novecento da Natalino Corda, allora fanciullo. L’affresco sarà a breve restaurato.

CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO

Questa piccola chiesa si trova ad ovest dell’abitato di Arcé, su di un piccolo prato cintato da un muro di pietra. Viene fatta risalire ai primi anni del XII secolo, forse anche alla seconda metà del secolo precedente, anche se sono diversi i rimaneggiamenti dei secoli successivi.

Orientata da est ad ovest, è costruita a corsi regolari di ciottoli, struttura ben evidente nel fianco meridionale della chiesa. Qui due finestrine di tufo, a strombo, danno luce all’interno ed affiancano una porta con arco di tufo. Sopra questa vi è iscritta una frase curiosa: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS. Essa è ritenuta da alcuni studiosi una formula magica, usata come rito nell’era di Roma pagana per allontanare le febbri dall’uomo e dagli animali. La sua particolarità sta nel poter disporre le cinque parole una sopra l’altra e di riuscire a leggerle allo stesso modo orizzontalmente da sinistra a destra e da destra a sinistra e verticalmente dall’alto in basso e viceversa. All’interno, sulla stessa porta, sono visibili due scritte, una ad inchiostro e l’altra incisa.

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La facciata, semplice, è a doppio spiovente con una porta simile a quella posta a meridione ed in alto una piccola finestra rotonda. A lato dell’ingresso stanno due finestre rettangolari aperte nel XVII secolo. L’abside è anch’essa a corsi regolari di ciottoli intervallati da qualche fila di tufo ed ha una piccola finestra quadrata. Il campanile si innalza nell’angolo sud-orientale della piccola chiesa, ed è del XVII secolo.

L’interno, ad una navata, è per la maggior parte imbiancato se si eccettuano alcune zone affrescate: una “Madonna in trono con Bambino” su di una parete e nell’abside, di notevole interesse, una testa di Santa, San Bartolomeo e San Michele. Quest’ultimo è raffigurato nell’atto di pungolare con una lancia i dannati spinti all’inferno; nella mano sinistra tiene una figurina umana che posa su di una grande bilancia, sostenuta dalla mano divina, in attesa di essere pesata e giudicata. Tali affreschi vengono attribuiti alla cerchia di Altichiero da Zevio. L’altare, posto nel vano dell’abside è del XVIII secolo. La pala, raffigurante San Michele, è stata recentemente eseguita da Maurizio Zanolli.

CHIESA SANT’ANTONIO ABATE

La Chiesa di Settimo è dedicata a Sant’Antonio Abate. In origine l’edificio era di forma quadrata con orientamento da est ad ovest. Nel 1744 venne realizzato il primo ingrandimento, nel 1864 venne costruito il coro e al 1880 risalgono importanti lavori di ristrutturazione, fra cui lo spostamento degli altari dell’Addolorata e di Sant’Anna e l’ingrandimento della sacrestia. Ulteriori rimaneggiamenti si hanno nel 1953 con l’ampliamento della struttura sulla sinistra dell’altare maggiore, e con l’apertura di due grandi finestre dietro lo stesso altare.

Ora la Chiesa, circondata da una piazza, possiede un orientamento perpendicolare all’originale (ossia da nord a sud). Sull’altare maggiore, in marmo, rammentiamo la pala raffigurante la Madonna con il Bambino e ai lati Sant’Antonio Abate e San Rocco. I due altari laterali sono entrambi in marmo: quello della parete occidentale è dedicato alla Madonna Addolorata e reca in una nicchia la statua dell’Addolorata in pietra dipinta. L’altare di Sant’Anna, sulla parete orientale, reca un quadro ad olio raffigurante Sant’Anna che tiene sulle ginocchia Maria Bambina (1808). 

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Degni di nota sono i due frammenti di affreschi ai lati dell’altare maggiore, della seconda metà del 1400, recentemente attribuiti ad un maestro veronese. Il campanile si eleva dal lato orientale della Chiesa ed è probabilmente coevo ad essa. Originariamente molto più basso, portava solo tre piccole campane.

VILLA DA SACCO

Costruita alla fine del XVII secolo, Villa Da Sacco è situata in prossimità del fiume. Sull’ampio giardino si affacciano il palazzo, i rustici che compongono ali e cortili e la cappella dedicata a Santa Anna, che risale alla seconda metà dell’Ottocento. Nel vasto parco sull’Adige, tra alberi secolari, si trovano quattro torrette costruite anch’esse nella seconda metà dell’Ottocento dal conte Carlo Albertini che, essendo al tempo proprietario della villa, diede a queste torrette il nome dei propri figli. A ridosso della strada Alzaia sono ancora presenti i resti di una costruzione seicentesca di ingegneria idraulica per il sollevamento dell’acqua.

Risale probabilmente al Seicento una Madonna con Santi dipinta sul casino denominato “casa del cacciatore”.

Il palazzo, ampiamente modificato alla metà dell’Ottocento con l’eliminazione delle torricine del tetto, presenta facciate sobrie e interni di discreto pregio, decorati a stucco e con preziose tappezzerie ottocentesche.

Negli anni degli eventi bellici che interessarono la zona, la villa ospitò truppe e reparti militari: nel 1848 accolse un ospedale da campo austriaco, nel 1859 fu alloggio di ufficiali e graduati. In queste occasioni furono riportati gravi danni, il muro di cinta fu demolito, vennero abbattuti molti alberi del giardino e gli interni del palazzo furono pesantemente danneggiati. Anche durante i conflitti mondiali del Novecento la villa fu alloggio di squadre militari. Occupata per due anni nel corso della seconda guerra mondiale da un comando germanico, fu infine teatro di una sparatoria tra militari tedeschi e partigiani del posto.

Cosa Visitare a Pescantina - VILLA DA SACCO - Adigecom
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PALAZZETTO DANESE

Situato nel centro storico di Pescantina, è uno degli edifici di maggiore interesse artistico. È di origine seicentesca o della prima metà del Settecento. La sua struttura si articola su tre piani e comprende diversi saloni, un cortiletto interno ed una torretta con finestrelle a forma di monofora, sormontata da merli. Per questa torretta l’edificio è conosciuto come torre del “Mami”, dal soprannome dell’antico proprietario Angelo Danese. Tale torretta era in origine su due piani; nell’Ottocento, dopo un crollo, venne ricostruita inserendo un terzo piano, identificabile per la diversa struttura architettonica.

All’interno, in alcuni locali, si notano decorazioni a motivi floreali della prima metà del Novecento; si conservano poi dei modiglioni di legno, qualche architrave lavorato, un paio di camini, una particolare modanatura in uno dei solai. Negli anni ’40 e ’50, tale palazzo ospitò un orfanotrofio femminile.

MONUMENTO EX-INTERNATI

Il monumento dedicato ai caduti e agli ex-internati nei campi nazisti fu inaugurato il 25 Settembre 1966. Ideato dall’architetto Mirko Vucetich e realizzato sotto la direzione dell’ingegnere Enea Ronca, vicepresidente della federazione veronese dell’ANEI Associazione Nazionale Ex Internati esso sorge nei pressi della stazione, a Balconi, collocazione che già sottolinea il ruolo assunto da Pescantina durante la seconda guerra mondiale.

La stazione di Pescantina fu infatti capolinea di quella ferrovia del Brennero che vide trasferite in Germania, per essere deportate nei lager, centinaia di migliaia di persone. Nella primavera del 1945, la stessa stazione accolse i superstiti dei campi di concentramento, i quali trovarono a Pescantina il primo punto di approdo dopo le atroci sofferenze subite. Tutto il paese si prodigò in quell’occasione per offrire ai superstiti le prime cure, divenendo per essi il simbolo della fine del conflitto e del primo con- tatto con la patria. Il monumento è composto di reticolati punteggiati da mani tese ad implorare la libertà, simbolo del monito rivolto a tutta l’umanità da coloro che sacrificarono la propria vita per la giustizia e per la patria.

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Del senatore Paride Piacenti, presidente nazionale dell’ANEI, la frase posta al centro del monumento: “Qui dove giungeste, o fratelli, di noi caduti ritorna soltanto il ricordo, ma non si muore invano per amore della giustizia”. Nel 1996, la celebrazione del trentennale del monumento ha rappresentato il forte invito a non dimenticare, rinnovando l’attualità della denuncia contro ogni forma di conflitto e l’eterna gratitudine per coloro che hanno contribuito con il sacrificio alla conquista della libertà e della democrazia